
ONDERETICHE & OnDaRoSsA

Gli studenti di Lettere di Palermo occuparono la facoltà sia per opporsi alla riforma che l'allora ministro socialista dell'Università e della Ricerca scientifica e tecnologica Ruberti aveva proposto sia per protestare contro le pessime condizioni materiali della facoltà.
Dopo pochi giorni, sette facoltà palermitane entrarono anch'esse in occupazione; il 20 dicembre 1989 si svolse a Palermo una grande manifestazione che coinvolse circa 10 000 studenti universitari e medi, che a loro volta stavano occupando le scuole superiori contro l'analogo progetto di riforma Galloni, dal nome del ministro della Pubblica Istruzione.
La mobilitazione palermitana riscosse molto interesse negli altri atenei italiani, a cominciare dalla Sapienza di Roma. Presto furono convocate molte assemblee d'ateneo in ogni città, per discutere del progetto Ruberti. Questo progetto di riforma prevedeva, a detta degli studenti, una trasformazione netta in senso privatistico delle Università italiane, poiché permetteva il finanziamento privato delle ricerche e l'ingresso delle aziende nei consigli di amministrazione degli Atenei. Questo avrebbe portato ad uno sminuimento del valore delle facoltà umanistiche a vantaggio di quelle scientifiche e tecnologiche, e un declassamento di quegli atenei minori incapaci di reperire autonomamente i fondi per le ricerche, con conseguente svalutazione del titolo di studio da esse rilasciato. Gli studenti, inoltre, venivano emarginati negli organi decisionali, dove la presenza dei professori ordinari era maggioritaria, mentre per gli studenti veniva creato ad hoc un Consiglio degli studenti con funzioni meramente consultive.
Quasi dappertutto le assemblee d'Ateneo decisero per l'occupazione,e il movimento si caratterizzò come "democratico, apartitico, pacifico e antifascista". Talvolta gli studenti si connotavano più nettamente come pacifisti. Il 1 febbraio venne convocata a Palermo la prima assemblea nazionale del movimento, a cui parteciparono migliaia di studenti. Non fu possibile rendere effettivo il criterio di partecipazione ai soli delegati, al che la presidenza dell'assemblea decise la partecipazione di tutti gli interessati. L'assemblea propose un allargamento del movimento ad altre categorie universitarie, come docenti, personale amministrativo e tecnico e assegnisti, ma nella sostanza fu incapace di individuare altre forme di lotta al di fuori dell'occupazione, mentre lasciava la proposta ad ogni ateneo sui modelli alternativi possibili.
Ovunque, infatti, le occupazioni furono caratterizzate da seminari autogestiti, corsi in collaborazione con docenti, creazione di biblioteche specifiche, nell'ottica che l'unico vero tipo di studio ammissibile fosse quello sperimentale e di ricerca, affidando un ruolo secondario al tradizionale nozionismo delle lezioni frontali.
Spesso le occupazioni sono degenerate in toga-party (come a Milano), o furono organizzate da persone estranee all'università (cioè non studenti iscritti alle relative facoltà). In alcune facoltà questi occupanti sono stati espulsi dagli stessi studenti. La maggioranza degli studenti era disinteressata alle ragioni del movimento e voleva continuare/finire gli studi - ma di questo nei media non si parlava.
Il movimento sviluppò per le comunicazioni interne una "retefax" che divenne uno dei segni di riconoscimento degli studenti, precursore delle attuali e diffuse mailing-list, e che serviva da aggiornamento continuo sui fatti che accadevano nelle occupazioni.
Pochi giorni dopo l'assemblea nazionale, in uno dei seminari autogestiti del movimento romano intitolato "Vecchi e nuovi movimenti" prese parola un ex brigatista: questo fu il pretesto per lo scandalo dei presunti legami del movimento con la lotta armata, che stava cioè usando la Pantera per ricostruire un'opposizione armata allo Stato.
I quotidiani nazionali (non solo di destra) diffusero quindi notizie dal tenore scandalistico, che per giorni tennero banco sulle prime pagine, portando ad una evidente difficoltà di relazione con l'opinione pubblica gli studenti, che fino ad allora avevano cercato di apparire non ideologici, trasversalisti, ma mai violenti. Il mese di febbraio fu quindi quello della difficoltà a resistere nelle università; il movimento vide sorgere delle crepe allorché il ministro Ruberti annunciò alcuni emendamenti alla legge, che andavano essenzialmente incontro alle richieste degli studenti controccupanti, raccolti dalle sigle delle federazioni giovanili di tutti i partiti, escluso il PCI e Democrazia Proletaria. Questi emendamenti davano una parte di rappresentanza negli organi centrali e rendevano obbligatori i pareri del Consiglio degli Studenti.
L'ala "moderata" del movimento, raccolta intorno alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI), fu più sensibile a questi emendamenti, che d'altronde erano appoggiati anche dal Pci. Il dibattito del mese di febbraio avrebbe portato ad una nuova assemblea nazionale, questa volta a Firenze, il 1 marzo 1990, con tutte le facoltà ancora occupate, per quanto molte fossero ormai pronte a smobilitare.
L'ala "dura" del movimento, vicina all'area dei centri sociali, fece passare ancora una volta il rifiuto del progetto Ruberti nella sua interezza, ma ad ogni modo Firenze segnò la fine della Pantera come movimento di massa. Ovunque le facoltà smobilitavano. Il movimento non riuscì essenzialmente a darsi obiettivi concretamente raggiungibili capaci di dare vitalità alla mobilitazione. L'assemblea fiorentina sancì la spaccatura del movimento, che portò a distanza di qualche anno alla nascita dell'Unione degli studenti (UDS).
La parte più consistente del movimento, ovvero i cosiddetti "cani sciolti", abbandonarono una mobilitazione che aveva ormai perso i propri punti di riferimento.
L'ultima università a smobilitare fu Palermo, e l'ultima facoltà fu Architettura, il 9 aprile 1990, dopo 127 giorni di occupazione.
Negli anni a venire nuove ondate di mobilitazioni portarono ad altre occupazioni, sempre sotto l'icona della Pantera. Allo stesso modo si crearono spesso liste elettorali che ebbero come simbolo la Pantera, che ad ogni modo riuscirono a marginalizzare il ruolo dei Cattolici Popolari, che per tutti gli anni ottanta avevano detenuto la maggioranza negli organi centrali universitari.